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LA PAROLA AI CIRCENSI

Jean Richard, addestratore francese molto noto nel suo paese per aver partecipato a numerose trasmissioni televisive, ha dichiarato: “Ho trovato una sola soluzione: buttandogli uno sgabello addosso, dritto sul muso. Prendi l’abitudine di portare lo sgabello con te. Il leone ritorna immediatamente al suo posto. Va tutto bene per quattro giorni poi si deve iniziare il tutto altre mille volte. Devo dire che più sentivo su di me l’odio del leone, meno probabilità vi erano di sbagliare il bersaglio a cui indirizzavo lo sgabello”.
Sull’uso della frusta e delle punzecchiature, ci viene in aiuto un altro domatore francese, Alfred Court. “Restavo solo con le tigri e le punivo in modo che esse non avrebbero dimenticato... la morte può essere affrontata solo con la morte, e questo quando tutti gli orpelli sono finiti. E' il gioco del domatore di leoni. Egli fa agire il leone sotto la costante minaccia della morte e lo ricorda al leone con migliaia di punzecchiature, ferite e frustate. Il leone ruggisce la sua protesta, ma va avanti con l'esercizio, perché non vuole morire”.
Liana Orfei: “La iena non la domi mai perché non capisce. Puoi punirla cento volte e lei cento volte ti assale e continua ad assalirti perché non realizza che così facendo prende botte mentre, se sta buona, nessuna le fa niente”.

Proviamo a leggere ancora due dichiarazioni della Sig.ra Orfei : “Se un leone ti attacca e tu gli punti la forca, lui le si butta contro e si punge; lo fa una, due, tre volte, ma poi capisce che avventandosi sulla forca si punge e allora cerca di aggirare l’ostacolo. In questo caso gli arriva la frustata una prima volta, una seconda e così via, finché si rende conto che non può attaccarti e tu lo domi gradatamente con il condizionamento”. Senza soffermarci su come un leone si possa solo pungere scagliandosi contro una forca, leggiamo il secondo passo relativo all’addestramento delle foche: Possono essere ammaestrate solo per fame e non si possono picchiare perché la loro pelle, essendo bagnata, è delicatissima. Ma con un po’ di pesce ottieni quello che vuoi”.
In entrambi i casi quello voluto dai circensi è un animale dai comportamenti stereotipati frutto dei condizionamenti ottenuti dalle tecniche di addestramento.

Hans Falk, ex lavoratore del circo austriaco Knie, riferisce quanto visto nelle prime sessioni di addestramento di una giovane elefantessa africana: “Si iniziò con una sorta di esercizio di equilibrio, sopra un asse rigido tenuto a circa 50 centimetri da terra. Ma l’elefantessa, impaurita, si rifiutò. Allora, sia l’addestratore che Louis Knie persero la pazienza e ricorsero ad una asta metallica portante all’apice un uncino, il quale fu spinto e poi tirato sull’elefantessa. Si cercava di far svolgere l’esercizio in maniera corretta nel più breve tempo possibile, ma l’elefante rimaneva incapace di eseguirlo. Era giunto il momento di iniziare un piccolo inferno nella pista. Il domatore iniziava a colpire l’elefante sulle zampe fino al sanguinamento”. Jean Richard, domatore francese: “Afferro una barra di metallo ed inizio a bastonare gli elefanti sulla testa con tutta la mia forza”.

Fonte: “Dossier Circo” Lega Anti Vivisezione, www.infolav.org

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