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Gli effetti psicologici nei bambini e negli adolescenti dell'esposizione alla violenza

Da molti anni la ricerca psicologica studia gli effetti dell'esposizione alla violenza nei bambini e negli adolescenti. Per "esposizione alla violenza" si intende il coinvolgimento in una situazione violenta come spettatore, come oggetto di violenza o in alcuni casi, in particolare per quanto riguarda i minori, come partecipante in qualche misura alla violenza stessa. I dati che finora si hanno, ad esempio, sulla zoocriminalità minorile, inducono ad usare il concetto di "esposizione alla violenza" nel suo significato di "coinvolgimento in una situazione violenta come spettatore e/o come partecipante in qualche misura alla violenza stessa". Questi studi hanno preso in considerazione l'esposizione ad una violenza che potremmo definire "reale" e l'esposizione ad una violenza rappresentata o simulata, quella cioè presente, ad esempio, nel cinema, nella televisione, nei fumetti, nei videogiochi e su internet.
Le ricerche sugli effetti dell'esposizione alla violenza "reale" nei bambini e negli adolescenti hanno a loro volta preso in considerazione ambiti diversi in cui la violenza si manifesta ed hanno analizzato in particolare la violenza della guerra, la violenza nel quartiere e la violenza nella famiglia.
Le conseguenze più importanti nei bambini e negli adolescenti dell'assistere ad atti di violenza possono essere costituite dallo sviluppo di comportamenti aggressivi e antisociali e comunque da una difficoltà nei rapporti con i coetanei e nei rapporti sociali in genere.
Un'altra possibile conseguenza è la desensibilizzazione nei riguardi della violenza stessa e l'assuefazione ad essa. L'assistere ripetutamente ad atti di violenza produce infatti in molti individui una diminuzione della loro reattività emozionale alla violenza, per cui comportamenti violenti, che all'inizio vengono percepiti con disagio e angoscia, col passare del tempo vengono per così dire accettati come comportamenti più o meno normali. La desensibilizzazione e l'assuefazione alla violenza implicano anche la diminuzione o l'atrofizzazione dell'empatia, della capacità cioè di immedesimarsi negli altri sul piano cognitivo e su quello emozionale.
E' utile ricordare che l'empatia è lo strumento più efficace per prevenire, ridurre ed eliminare la violenza nei rapporti tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e gli altri animali.
Per quanto riguarda lo sviluppo di comportamenti aggressivi e antisociali nei bambini e negli adolescenti che assistono ad atti di violenza cerchiamo di capire attraverso quali meccanismi si verifichi tale processo. Senza entrare nel cuore specifico dell'argomento, cosa che faremo citando nel prossimo paragrafo uno studio che pone in relazione le implicazioni psicologiche dell'esposizione del bambino alla violenza in qualità di spettatore, possiamo anticipare che, in questo campo la psicologia ricorre fondamentalmente al concetto di apprendimento sociale, secondo il quale il bambino o l'adolescente tende ad imparare, e quindi a imitare, i comportamenti degli altri, in particolare degli adulti (è stato rilevato, ad esempio, che un bambino di 14 mesi è in grado di ripetere con relativa precisione specifici comportamenti osservati alla televisione). Quindi, se è ripetutamente testimone di comportamenti violenti, il bambino o l'adolescente spesso tende ad impararli e ad imitarli e ad accettare in molti casi la violenza come regola di vita per risolvere i conflitti nei rapporti con gli altri.
Inoltre, con modalità e gradi diversi a seconda del contesto culturale, l'individuo violento può essere visto come un individuo forte che, controllando gli altri, raggiunge facilmente i suoi obiettivi. I suoi comportamenti aggressivi possono quindi essere visti come caratteristiche positive e da imitare. Il bambino o l'adolescente può desiderare di essere come lui. Infine, un bambino o un adolescente può imitare più facilmente un genitore o un altro adulto per lui significativo perché gli vuole bene e lo stima. Spesso in questo desiderio di imitazione c'è anche il desiderio di diventare adulto e di autoaffermarsi.
A questo punto diviene non solo necessario ma soprattutto doveroso, prendere in considerazione le norme e i valori propri dei modelli proposti ai bambini e agli adolescenti nella nostra società.

Bibliografia

Camilla Pagani, zoocriminalità


Aggressività e spettacoli violenti

Questo paragrafo prende spunto da alcuni articoli e saggi della dottoressa Annamaria Manzoni (psicologa e psicoterapeuta), e da una ricerca condotta sul legame fra l'aggressività e i media violenti: ciò in quanto l'argomento in esame (il circo con animali e le fiere ornitologico venatorie) è uno spettacolo la cui fruizione in qualità di show e di media, sottende le stesse dinamiche implicite alla fruizione di un qualsiasi prodotto televisivo.

"La condotta aggressiva è una qualsiasi condotta tesa a nuocere intenzionalmente un altro individuo che è motivato ad evitare di essere danneggiato; ed è immediato riscontrare quanto, nella quotidianità, i comportamenti aggressivi siano una delle risposte più frequenti nell'interazione tra due individui."
In particolare prenderemo in considerazione il rapporto tra i bambini e i media violenti evitando di ritenere banale l'affermazione comune dell'influenza di questi sul comportamento aggressivo ma riflettendo sul fenomeno, con l'aiuto di opportune teorie, tra cui quelle dell'imitazione, suffragate da evidenze empiriche scientificamente prodotte.
L'idea che l'espressione dell'aggressività prenda il via dall'imitazione può essere fatta risalire alla psicologia delle folle dell'inizio del '900 ( Tarde e Le Bon ).
Tarde parlò proprio dell'imitazione come del principio che governa il comportamento sociale in gruppi di vaste dimensioni e Le Bon chiamava in causa la suggestione, ovvero una sorta di ipnosi collettiva. Secondo entrambi, l'individuo, di per sé capace di razionalità e di censura delle proprie pulsioni più negative, nella folla perde potere di controllo e attraverso la suggestione e l'imitazione adotta comportamenti immediati in risposta a stimoli sociali.
Ma l'idea di un ruolo dell'imitazione nell'attivazione dei comportamenti antisociali non è stata mai abbandonata, ma è stata ripresa successivamente dalla teoria dell'apprendimento sociale formulata da Bandura et al.
Infatti, da ricerche condotte negli anni '60 si iniziò a considerare l'imitazione come meccanismo autonomo di apprendimento.
Nella sua teoria dell'apprendimento sociale, Bandura fa riferimento al modelling (emulazione di modelli) che avviene sia quando nel proprio comportamento ci si conforma a quello di un'altra persona definita modello; sia quando un individuo mette in atto un insieme di processi generali in virtù dei quali si sforza di diventare uguale ad un modello reale o ideale. L'apprendimento messo in atto in queste circostanze viene definito apprendimento osservativo e consta di varie fasi, ciascuna delle quali implica processi specifici.
Gli studi di Bandura si rivolsero principalmente all'acquisizione di comportamenti prosociali e antisociali, in particolar modo egli studiò la dinamica dei comportamenti aggressivi legati all'imitazione di scene viste in tv.
In una ricerca del 1963 bambini dai 3 ai 5 anni erano condotti in una stanza dove c'era un grosso pupazzo di gomma,subito dopo entrava un adulto che iniziava a colpire con pugni calci e schiaffi il pupazzo,questo comportamento non veniva in alcun modo premiato o punito dallo sperimentatore che non faceva alcun commento in proposito.
Ad altri bambini della stessa età veniva fatto vedere un adulto che sedeva accanto al pupazzo senza far nulla. Successivamente ciascun bambini veniva condotto in un'altra stanza dove, tra gli altri giochi, c'era un pupazzo identico al primo e si osservava di nascosto se le azioni dell'adulto venivano imitate o meno.
I bambini che avevano visto colpire il pupazzo replicavano alcuni degli atti osservati in modo quasi identico, comportandosi in modo più aggressivo rispetto ai coetanei non sottoposti al modello violento.
Risultati analoghi furono ottenuti confrontando bambini non esposti a modelli aggressivi e bambini che avevano assistito a scene violente contenute in un filmato televisivo.
Le indagini dimostrano che i bambini apprendono le risposte aggressive che osservano e che spesso le loro modalità di gioco assumono in seguito forme più aggressive a causa dell'influenza di ciò che hanno osservato, inoltre si ritiene che l'esposizione continua a fenomeni violenti determini un abbassamento della sensibilità emotiva alla violenza la quale viene ad essere considerata un normale comportamento.
Come afferma Popper per una mente ancora in fase di formazione come quella del bambino, assistere continuamente a spettacoli violenti causa 4 effetti:

1. la difficoltà permanente a distinguere la verità dalla finzione
(visto che spesso nessun adulto è presente e fa da mediatore e chiarificatore);

2. deumanizzazione orientata sul soggetto: di fronte a tanta violenza il bambino può acquisire una vera mancanza di empatia nella sofferenza altrui.

3. deumanizzazione orientata sull'oggetto: il bambino può iniziare a ritenere che in fondo gli altri sono oggetti, reificando quindi il prossimo, che diventa ai suoi occhi una cosa e non una persona;

4. la televisione violente potrebbe di conseguenza diventare istigatrice a sua volta di azioni aggressive.

Nel caso di spettacoli come il circo con animali e le fiere ornitologico venatorie, che coinvolgono i bambini nel ruolo di spettatori, si verificano le stesse dinamiche psicologiche sulle molte facce dell'aggressività, tipiche dei prodotti televisivi che propongono violenza, quelle che Bandura e poi G.V. Capara hanno identificato come: disimpegno morale: cioè le strategie cognitivo-discorsive con cui si giustificano le azioni.

"La violenza non è solo quella che proviene dall'azione di impulsi sfuggiti al controllo della coscienza, ma è molto spesso frutto del pensiero, dell'interpretazione che si dà dei fatti; nello specifico la violenza sugli animali da circo e sugli uccelli da richiamo (richiami vivi), avviene nell'ambito di una totale legittimazione sociale e quindi all'interno della conservazione di un positivo rapporto con la realtà circostante, rapporto che anzi maggiormente migliora nella misura in cui la propria identità di perpetratore di violenza, viene sancita e riconosciuta. il ruolo pubblico, quello di una persona che agisce nel pieno rispetto di regole sociali e nell'interesse di tutti, pertanto, grazie ad un meccanismo di "disattivazione selettiva della coscienza", legittima a non provare senso di colpa alcuno, nessuna vergogna, addirittura nessuna pena per l'animale di cui si percepisce solo l'aspetto di oggetto di utilizzo, mentre tutte le caratteristiche di essere vivente, senziente e sofferente vengono relegate nell'area di non percezione, chiusa alla coscienza" (A. Manzoni, "Noi abbiamo un sogno").

Giustificazione morale: il male inflitto ha scopi meritevoli: quindi si portano animali esotici in luoghi che non appartengono ai loro bisogni naturali, in condizioni climatiche inadeguate, limitati in spazi insufficienti, privati delle relazioni fondamentali con i loro simili, per scopi educativi, li si tiene costretti, in sovrappiù, a compiere esercizi, "numeri" estranei alla loro natura, che possono imparare solo e soltanto attraverso un addestramento prolungato e forzato, per fare divertire il pubblico. Oppure si rinchiudono uccelli, utilizzati al fine di ucciderne altri, in gabbiette talmente piccole in cui non gli è nemmeno concesso di aprire le ali, e li si mostrano con orgoglio alle fiere ornitologico venatorie con lo scopo di avvicinare ed educare il pubblico al mondo della natura.

Le forme di disimpegno morale possono diventare stabili e quindi diventare un modello culturale del soggetto e in qualche maniera svicolano il soggetto dalle regole e dalle norme., in questo caso le norme del riconoscimento e del rispetto dell'animale come alterità, come soggetto senziente. La stessa dinamica che sottende una maggiore gravità dell'atto di violenza commesso da un eroe, un buono, rispetto a quello commesso da un criminale in termini di significato mediatico, sottende, in termini sempre mediatici, una maggiore gravità degli atti di violenza commessi in uno spettacolo pensato per i bambini, luogo di gioia e divertimento, rispetto a quelli commessi in un contesto esplicitamente criminale.
In altre parole, "in qualche angolo della coscienza degli adulti sono presenti e vigili la convinzione che la conoscenza degli animali sia utile per ogni bambino e la certezza che avere contatti con loro non possa che essere fonte di gioia ed interesse. E' pertanto in perfetta buona fede che molti genitori ed educatori, sono solerti ad accompagnare i loro figli alla gran festa del circo dove animali comuni o esotici vengono impegnati in performance davvero fuori dalla norma. Al circo i bambini sono sollecitati ad apprezzare quanto sono belli, quanto sono bravi questi animali: e più gli esercizi sono difficili piu maggiore è l'entusiasmo che si vedono trasmettere"(A.Manzoni, "Circhi e zoo").
Le fiere ornitologico venatorie sono invece visitate da genitori e bambini nei giorni di festa con lo scopo di avvicinare e conoscere meglio il mondo della natura. "Ma è doveroso ben demarcare la differenza tra la conoscenza di un animale così come può avvenire in una relazione domestica o nella sua osservazione in un ambito naturale da quella che ha luogo in situazioni che li snaturano.
Che cosa può acquisire un bambino dalla vista di tutto ciò?
Esattamente quello che l'adulto gli suggerisce: in altri termini, nel corso dello sviluppo la facoltà di critica e di giudizio, la morale, si formano e si acquisiscono sul modello proposto o imposto: è buono ciò che è presentato come tale, è giusto ciò che viene regolarmente incentivato. I genitori e gli educatori che accompagnano minori al circo o alle fiere ornitologico venatorie, lo fanno come momento di festa, li esortano ad una curiosità interessata, mobilitano una forma di gradimento e di entusiasmo; il bambino, a seconda della sua età, tenderà a fare una sovrapposizione tra lo spettacolo che vede e l'atmosfera che respira, che è di approvazione e di serenità.
L'identificazione tenderà poi ad incidersi profondamente nella sua psiche tanto che in futuro la visione di animali in analoga situazione eliciterà i ricordi piacevoli ad essi ormai associati nell'inconscio.
Questa operazione avviene però mentre contestualmente viene negato un aspetto importante della realtà, che è quello della sofferenza: gli animali chiusi nelle gabbie mandano una serie inequivocabile di segnali di disagio, insofferenza, nervosismo, irrequietezza; mostrano la difficoltà connessa, e nel caso del circo, anche alla costrizione a danzare a ritmo di musica, a camminare su due zampe, a riproporre atteggiamenti comuni agli uomini, ma grotteschi rispetto alla loro natura. Leggere tali segnali è frutto di osservazione e reagire ad essi in modo empatico è alla base dell'educazione alla sensibilità. Se le naturali emozioni di disagio, speculari a quelle provate dall'animale, si scontrano con l'allegra superficialità dell'adulto, genitore o educatore che sia, sarà gioco forza per un bambino non dare loro diritto di cittadinanza e adeguarsi allo stato mentale che gli viene richiesto, per l'appunto quello di ilare soddisfazione.Il risultato di tutto ciò è un'educazione all'insensibilità, a non riconoscere nell'altro essere vivente, animale umano o non umano, i segnali di dolore, a ritenere normali le manifestazioni di dominio del più forte sul più debole.Non si deve dimenticare che la capacità di individuare e riconoscere i sentimenti e le emozioni degli altri, di vedere la realtà da un punto di vista che non sia esclusivamente il proprio, è fondamentale nella vita delle persone: permette di strutturare il proprio comportamento tenendo conto delle esigenze dell'altro, con il risultato spesso di inibire comportamenti aggressivi e disfunzionali. Ciò è ormai talmente riconosciuto che, esistono addirittura programmi tesi a promuovere lo sviluppo dell'empatia: lo si fa chiedendo ai bambini di identificare le emozioni degli altri e di leggere le proprie reazioni, in risposta ad esse.
Il circo con animali e le fiere ornitologico venatorie vanno nella direzione esattamente opposta, educano il bambino a non riconoscere lo stato d'animo dell'animale che ha davanti, a disconoscere i suoi segnali di sofferenza, a reagire con la gioia e il divertimento al suo disagio, gli propongono un buon tirocinio per abituarsi a fare altrettanto con i suoi simili"(A. Manzoni, "Circhi e zoo").

Bibliografia

Aggressività e media violenti, articolo pubblicato su www.opsonline.it
Annamaria Manzoni, Noi abbiamo un sogno, Bompiani editori, febbraio 2006.
Annamaria Manzoni, Circhi e Zoo: quale messaggio per i nostri figli, rivista ATRA, marzo 2005, Lugano, Svizzera
Gaetano do Leo, "Indicatori di disagio e devianza minorile: aspetti psico-giuridici"

A. Polmonari, N. Cavazza, M. Rubini: Manuale di psicologia sociale; Il Mulino.
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Prof. Dario Varin conferenza 18 maggio 2002.
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Facoltà di Psicologia per la persona e le comunità.
Esame di Psicologia Sociale Prof. Procentese, Anno accademico 2004-2005.
Gruppo Rainbow: Ambrosino Maria; Auriemma Eleonora;Sassolino Vittoria; Bocciero Clementina; Bonacci Pasquale; Rodontini Amalia;Vatiero Giuseppe.

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